10 Punti

per l’informazione sui temi Lgbti

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INTRODUZIONE

L’informazione Lgbti come valorizzazione delle differenze

In che senso parliamo di informazione sui temi o sulle questioni Lgbti? Non si tratta certamente di un insieme di notizie limitato ad alcuni fatti o persone. Né, tantomeno, le persone Lgbti rivendicano un’informazione speciale, con chissà quali particolarità.

L’informazione Lgbti, riguarda tutte quelle situazioni in cui si affrontano gli argomenti legati all’identità sessuale, dove per identità sessuale intendiamo quegli aspetti che secondo la psicologia caratterizzano l’identità di ogni persona: sesso biologico, orientamento sessuale, identità di genere, espressione o ruolo di genere.

L’attuale senso comune è portato ancora a discriminare (in misura diversa nelle varie parti del mondo) le persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender, intersessuali. Per questo motivo, il tema viene affrontato scegliendo l’acronimo Lgbti, recepito anche dall’Unione Europea. Si tratta di una discriminazione che proviene da una concezione distorta e limitante della sessualità in generale e dei rapporti tra i sessi, incentrata sulla colpevolizzazione della corporeità, dell’atto sessuale e di qualunque idea di pluralismo delle identità.

 

Gaynet

Il movimento omosessuale è nato storicamente come movimento di liberazione sessuale negli anni 70’ e ha condiviso battaglie importanti con il femminismo storico e con i movimenti culturali che avrebbero dato vita agli studi di genere, al netto della varie differenze teoriche.

Nel corso degli anni, è emersa con forza sempre maggiore la necessità di un’informazione inclusiva, priva di pregiudizi e ipocrisie. Contestualmente, si è iniziato a comprendere quanto fosse necessario affrontare da un punto di vista organico i temi demi della salute, della sessualità e della parità di genere.

Il sessismo e la sessuofobia si dimostrano ogni giorno di più le fondamenta più profonde dell’omo-transfobia. Infine, il tabù generalizzato su tutto ciò che riguarda la sessualità ha fatto sì che il movimento omosessuale si sia dovuto far carico,  dal solo,  dei peggiori anni della lotta all’AIDS in termini di informazione e prevenzione.

Gaynet nasce nel 1998 da un’idea di Franco Grillini, con il nome completo di “Italia Gay Network”. E’ un’associazione di formazione e comunicazione sui temi lgbti ed opera in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti nell’ambito della formazione permanente.  Il termine “Gay”,  è legato nel nostro nome proprio a questo significato storico e culturale.

 

Oltre il politicamente corretto

Nel senso comune, l’espressione “politicamente corretto” si riferisce all’uso di determinate parole al posto di altre. E’ bene sgomberare il campo da questo equivoco: il rispetto delle persone Lgbti e la pratica di un linguaggio inclusivo non passano solo per la scelta di questa o quella parola. 

Queste linee guida si focalizzano sulla conoscenza degli argomenti, sull’attenzione ai contesti in cui i termini vengono utilizzati e sugli strumenti critici per una riflessione costante  sui pregiudizi  presenti strutturalmente nella nostra tradizione culturale.

Bisogna sempre tenere presente che non abbiamo di fronte una semplice minoranza di persone, magari circoscritta da un’identità storica, culturale, linguistica, religiosa o da una particolare condizione fisica. Parliamo di caratteri costitutivi dell’individuo e di diritti umani universali.

Per quanto le persone colpite da questo genere di discriminazione siano principalmente Lgbti, esiste una vasta porzione di popolazione eterosessuale, specie di giovane età, che viene comunque colpita dal linguaggio e dagli insulti omo-transfobici, spesso usati come una clava per emarginare chi non si conforma ad un certo stereotipo maschilista di eterosessualità.

L’informazione Lgbti, quindi, riguarda prima di tutto il tema dell’identità e della libertà sessuale, il rispetto dei diritti umani legati alla corretta informazione, il riconoscimento delle differenze come valore.

L’approccio di queste linee guida vuole essere dialogico e costruttivo. La conoscenza scientifica di queste tematiche è solo un elemento dei nostri corsi: sull’uso del linguaggio e sulla decostruzione degli stereotipi non esiste una sola verità, bensì un aggiornamento costante di strumenti critici da esercitare quotidianamente nell’attività giornalistica.

 

1) DIVERSITA’ E DIFFERENZE

Ancora oggi leggiamo termini che descrivono la realtà Lgbti attingendo alla sfera semantica della diversità, dell’inversione e della deviazione da “qualcosa”. E’ un atteggiamento da superare definitivamente. Il termine “diverso” va utilizzato in senso assoluto e non relativo, altrimenti si presuppone una “normalità” in qualche modo qualitativamente superiore. Es.: “bisogna rispettare le diversità”. Se nel discorso si parla, come spesso accade di persone Lgbti, è facile che il termine assuma un carattere relativo ed è preferibile utilizzare il sostantivo “differenze”. La “differenza”, infatti, è un concetto più neutro, che difficilmente rimanda a ipotetici paradigmi di normalità. Va in assoluto evitato il sostantivo “tolleranza”, perché si tollera qualcosa che si ritiene comunque sbagliata o nociva, qualcosa che si sopporta. Il termine va sostituito con “rispetto”. Da evitare, per gli stessi motivi, anche il sostantivo “accettazione” e relativo verbo.

 

2) IL SESSISMO DELLA LINGUA

L’idea di coniugare il contrasto dell’omo-transfobia con le istanze della parità di genere, ci porta a preferire l’uso del femminile per i nomi delle professioni e delle cariche pubbliche nel momento in cui parliamo di donne: “Ministra”, “Sindaca”, “Architetta”, “Avvocata”. Restano fuori da questo discorso le forme d’uso corrente in “-essa”. Seguendo le raccomandazioni di Cecilia Robustelli, è importante mantenere una coerenza grammaticale nell’accordo del genere di nomi, pronomi e verbi, ad esempio evitare “il Sindaco è andata” 

 

3) CRONACA

 E’ fondamentale evitare espressioni legate ai cosiddetti “ambienti gay”, ancora oggi presenti

specie nelle testate locali. Espressioni come “amicizie particolari”, “giri” “frequentazioni”, vanno decisamente archiviate, così come l’ancora purtroppo presente “omicidio gay”, poiché caratterizzano negativamente la totalità delle persone lgbti.

Bisogna prestare attenzione anche all’uso delle virgolette. Spesso sono state utilizzate per screditare la realtà Lgbti e minarne le credibilità. Ne sono esempio i casi “papà” o “mamme” gay.  In alcuni contesti possono tuttavia essere utili per prendere le distanze da espressioni poco corrette, ad esempio “mondo gay”. La differenza, come in molti altri casi, la fa il contesto.

Bisogna infine evitare espressioni come “condizione omosessuale”, del tutto priva di senso e che richiama un significato clinico, considerando che non esiste una “condizione eterosessuale” e che l’omosessualità è stata depennata dall’elenco delle patologie già dal 1973 dall’Associazione Americana degli Psichiatri (come “omosessualità egosintonica”) e infine dichiarata una variabile naturale del comportamento umano dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1990.

Un’altra espressione priva di significato è “lobby gay”. Il significato negativo del termine “lobby” in Italia suggerisce di abbandonare l’espressione “lobby gay” per almeno due motivi: 1) non si tratta di un “mondo” o di una “comunità” settaria e dai caratteri intrinsecamente negativi;  2) non siamo di fronte ad attività di “lobbismo” neanche in senso strettamente neutro, in quanto si tratta di rivendicazioni che fanno capo a diritti universali riconosciuti dalla legislazione  europea ed internazionale, non di interessi di parte come può essere ad esempio la lobby degli avvocati, degli industriali e così via.

 

Come riferirsi, quindi alle persone omosessuali?

Dipende dalle situazioni. E’ possibile parlare di “comunità Lgbti” quando ci si riferisce all’insieme delle associazioni per i diritti civili ai militanti che ne fanno parte o alle persone che frequentano i luoghi di ritrovo. E’ bene ricordare, tuttavia, che questa è una minoranza rispetto alla totalità delle persone Lgbti e più in generale di quelle discriminate per la propria identità sessuale. E’ più corretto parlare in questo caso di “persone Lgbti”, “realtà Lgbti” o “collettività Lgbti”  quando ci si riferisce alla totalità delle persone.

Vanno evitate espressioni ambigue come “mondo gay” o “comunità gay”.  A volte viene utilizzato anche l’acronimo Lgbtiq, che include l’iniziale del termine “Queer”, che non indica tuttavia un carattere dell’identità sessuale bensì una precisa filosofia politica.

 

4) NOMI E PERSONE

 La parola omosessuale è corretta, ma è preferibile usarla più come come aggettivo che come

sostantivo. Il principio è che l’identità sessuale di una persona non esaurisce la persona stessa. Quante volte mettiamo in risalto l’eterosessualità delle persone? E’ meglio pertanto utilizzare il sostantivo persona e affiancare come aggettivi “omosessuale”, “gay”, “lesbica”, “bisessuale”, “transessuale”, “transgender” “intersessuale” a seconda delle situazioni. “Gay” e “lesbica” indicano rispettivamente le persone, uomini o donne,  che sono

mentalmente, affettivamente e sessualmente attratte da persone dello stesso sesso. Sia gli uomini che le donne possono essere omosessuali. “Bisessuale” è quella persona che è attratta mentalmente, affettivamente e sessualmente da entrambi i generi. Intersessuale è una persona che nasce con un apparato genitale in parte maschile e in parte femminile. “Transgender”, da non confondere con “Transessuale”, è chi si percepisce come appartenente ad un genere opposto rispetto al proprio sesso biologico o ad un genere non corrispondente alla distinzione binaria uomo-donna. “Transessuale” (che rientra nella macroarea “Transgender”),  è quella persona che oltre a percepirsi come appartenente ad un genere diverso rispetto a quello convenzionalmente riferito al proprio sesso biologico, procede, inoltre, alla riassegnazione del sesso biologico per via chirurgica. Quando ci si riferisce alle persone transgender e transessuali il sostantivo va accordato con il genere di approdo e mai con quello di partenza, a prescindere o meno dalla riassegnazione chirurgica del sesso.

Quindi, anche quando non si usa termine “persona”, va ricordato che una trans era un uomo è approdato al genere femminile mentre un trans era una donna che è approdata quello maschile. Se ci riferiamo a una trans al maschile le stiamo ricordando che nonostante i suoi sforzi per diventare donna noi la consideriamo ancora un maschio. 
Come per “omosessuale”, ripetiamo, è meglio usare la parola “trans” come aggettivo e non come sostantivo accanto ai termini “persona”, “uomo” o “donna”. Una donna trans (e, se il contesto lo richiede, una donna biologica) un uomo trans (e, se il contesto lo richiede, un uomo biologico)

 

5) IMMAGINI E SUONI

Non si comunica solo con le parole. E questo vale ancora di più nel mondo del web 2.0 e dei social network. Un’immagine o anche un suono può essere uno stimolo che rimane impresso molto più facilmente nella mente. Molto spesso capita di associare ad articoli che parlano di omosessualità, immagini completamente fuori luogo come foto di Drag Queen durante le manifestazioni o persone nude. Le Drag Queen sono degli artisti, che rappresentano in maniera caricaturale alcuni aspetti della femminilità ironizzando sui comportamenti di alcune persone omosessuali, nell’ambito di vere e proprie performance di intrattenimento e spettacolo. Non sono né travestiti, che si travestono quotidianamente, né transgender. Mettere la foto di una Drag in un articolo deve si parla del matrimonio egualitario, ad esempio, è un po’ come parlare del matrimonio tra due persone eterosessuali e mettere la foto di un addio al celibato. Anche nell’ambito del sonoro, spesso in televisione si parla della realtà Lgbti abusando di musiche da discoteca e relative immagini, come se ciò esaurisse la vita di queste persone. Anche qui bisogna fare molta attenzione.

 

6) IL PRIDE  

Uno dei pregiudizi più diffusi in merito alla battaglia delle persone lgbti riguarda il Pride, la manifestazione più conosciuta al mondo per i diritti arcobaleno.

Storicamente noto come “Gay Pride”, da alcuni anni ha perso l’aggettivo “gay” proprio per sottolineare il suo carattere inclusivo di festa dell’orgoglio di tutte le identità.

Il Pride nasce come commemorazione dei moti di Stonewall, negli Stati Uniti, quando nel

giugno del 1969 un gruppo di persone transgender e travestite si scagliò contro la polizia reagendo per la prima volta a umiliazioni, arresti e rappresaglie. All’epoca era infatti vietato portare vestiti e abiti considerati del genere opposto rispetto a quello indicato sui documenti. In molti Paesi dell’attuale Unione Europea l’omosessualità era ancora un reato. Da questo retaggio, il Pride nasceva quindi con l’idea dello scandalo, con l’obiettivo di épater la bourgeoisie.

Il Pride è una festa di libera espressione della sessualità e dell’identità, contro un’idea di morale e di ordine pubblico che pretende di stabilire i canoni della corretta “vita sessuale”, che accetta la sessualità solo come uno strumento di procreazione e ostacola qualunque espressione di genere che si allontani dalle idee convenzionali di uomo e donna.

Una delle radici più profonde della discriminazione delle persone omosessuali, infatti, è l’idea della sessualità intrinsecamente legata alla procreazione. Per questo motivo, il movimento delle origini era, prima di tutto, movimento di liberazione sessuale.Di queste idee hanno fatto tesoro, nei decenni, anche le persone eterosessuali. Nel Pride c’è dunque un elemento che possiamo considerare “carnevalesco”, ma questo non sminuisce in alcun modo il profondo significato storico e culturale. Durante il Pride, si rivendica un assunto di fondo: non ci può essere uguaglianza concreta dei diritti sul piano sociale senza liberare la sessualità da preconcetti, stereotipi e imposizioni sociali.

 

7) COMING OUT O OUTING?

  “Coming out” è la forma abbreviata dell’espressione statunitense Coming out of the closet  “uscire dall’armadio (a muro)” per riferirsi al momento in cui una persona non eterosessuale dichiara il proprio orientamento sessuale in ambito familiare, delle amicizie e lavorativo (una persona può aver fatto coming out con gli amici e non in famiglia o viceversa). 
Si può non essere necessariamente anglofili e sostituire l’espressione coming out con l’italianismo dichiararsi (con) (Il giovane non aveva ancora fatto coming out in famiglia; il giovane non si era ancora dichiarato con la famiglia). Va anche detto che il fenomeno del coming out, in alcune realtà sociali più fortunate, è in fase di superamento e trasformazione, poiché adolescenti e non iniziano ad esprimere il loro orientamento sessuale senza porsi il problema di fare una dichiarazione ad hoc. Il termine “outing”, invece, indica invece una persona che dichiara l’omosessualità di qualcun altro o qualcun’altra.

Sono da evitare tutte le espressioni del tipo “gusti sessuali”, “stili di vita”, “scelte”, “preferenze”, “costumi sessuali” che riducono le identità non eterosessuali a una questione di scelta o preferenza sessuale, escludendo la fondamentale dimensione affettiva e relazionale. L’espressione “orientamento sessuale” è quella corretta. Bisogna inoltre considerare che la maggior parte delle persone eterosessuali sono portate ad avere diverse esperienze omosessuali nella propria vita, fenomeno che vale al contrario anche per le persone omosessuali. Questo fenomeno viene definito “comportamento sessuale”, che non va confuso con l’orientamento, e che riguarda tutte le persone con cui si hanno esperienza sessuali nella vita. Secondo il rapporto Kinsey, quasi il 46% degli individui maschi ha “interagito” sessualmente con persone di entrambi i sessi nel corso della vita adulta, e il 37% ha avuto almeno un’esperienza omosessuale.

 

8) L’AGGETTIVO GAY

L’esigenza di brevità e sintesi che si presenta nel formulare un titolo, non può giustificare l’utilizzo di espressioni quali “matrimonio gay”, “nozze gay”. “bacio gay” o “matrimonio tra gay” all’interno del testo di un articolo. Va tenuto presente, invece, che nelle pubblicazioni online è sempre possibile usare le parole chiave (come “gay”) nel permalink.

– Sconsigliato

Spesso, senza rendersene conto,  basta infatti usare (e abusare) della parola gay come aggettivo per gettare in cattiva luce fatti e persone. Spesso si legge “bacio gay”, come se fosse diverso da quello etero, oppure “bacio saffico” o “lesbo”, per indicare quello tra donne. E’ chiaro che se si parla due donne o due uomini non c’è alcun bisogno di specificare il tipo di bacio. Lo stesso concetto vale per i termini “vita”, “feste”, “divertimenti”. Non tutti gli usi dell’aggettivo “gay” sono uguali e anche in questo caso vale la regola del contesto.

Nel caso del matrimonio, è preferibile definirlo “egualitario” poiché parlare di “matrimonio gay” lascia spazio a chi pensa che le persone Lgbti vogliano un istituto tutto per loro o, peggio, siano pronte ad invadere le chiese. Si tratta invece, come è noto, dell’estensione delle norme relative al matrimonio civile.

– Le espressioni peggiori

Sono del tutto da evitare, invece, espressioni come “famiglia gay” e “adozioni gay”, in quanto è chiaro che non tutti i componenti sono necessariamente gay (i figli ad esempio ma anche i genitori e le genitrici). Inoltre, nel caso di “adozioni gay”, si usa un’espressione senza senso, perché l’adozione non ha un orientamento sessuale e le persone che adottano possono anche essere bisessuali. E’ opportuno iniziare a parlare di famiglie al plurale, di “famiglie omogenitoriali”, oppure di “famiglie arcobaleno”. Infine, come anche nell’espressione “omicidio gay”, vengono coinvolte terze persone in un ottica negativa: nel primo caso si fa confusione con l’orientamento sessuale della prole adottata e si insinua il dubbio sull’educazione della stessa, nel secondo si tende a connotare i gay come potenziali assassini.

– Alcuni chiarimenti

Per le coppie che ricorrono alla procreazione assistita tramite “gestazione per altri” (GPA), va del tutto evitata l’espressione “utero in affitto”, perché non rispecchia la realtà delle donne che praticano la GPA per una libera scelta e pone l’accento invece solo sulle forme di sfruttamento, un fenomeno da tenere completamente distinto. Va ricordato che la GPA in Italia è attualmente illegale e che oltre il 90% della coppie che si reca all’estero per ricorrere a questa pratica è eterosessuale. Su questi temi, l’associazione  “Famiglie Arcobaleno” ha elaborato dei principi di base nella propria carta etica.

Dal punto di vista dell’informazione, è necessario evitare espressione come “bimbo con due madri” o “con due padri”, perché le figure biologiche, in questi casi, non vanno confuse con i genitori effettivi che scelgono di concepire la prole e successivamente la crescono.  Ci saranno

quindi bimbi e bimbe “con due mamme e due papà”.

In generale, va ricordato che la funzione biologica della procreazione è distinta dalla capacità

educativa e dalla volontà di procreare, un fatto che vale anche per qualsiasi coppia, anche eterosessuale, e per qualsiasi tipologia di fecondazione: anche una madre biologica deve desiderare e “adottare” alla nascita il proprio figlio o figlia.

 

9) I LOCALI GAY

Nel linguaggio usato all’interno della collettività lgbti sono molto diffuse le espressioni “locali gay” e “feste gay”. In questo come in molti altri casi, la parola “gay” assume il suo significato storico legato al “movimento omosessuale”, indicando tutto quello che riguarda la causa perorata dalle persone Lgbti e, soprattutto, la loro possibilità di poter uscire allo scoperto, conoscersi ed esprimersi.

Ciò non significa tuttavia che si tratti di eventi in cui si richiede una sorta di “patente” per entrare, bensì di luoghi in cui si trovano principalmente persone lgbti e dove chi li frequenta si sente libero e sicuro di esprimersi e di socializzare come purtroppo ancora oggi non si sentirebbe in una festa qualsiasi. Va ricordato che fino agli anni 90, persino alcuni Paesi dell’Unione Europea come la Germania portavano ancora il retaggio delle leggi che criminalizzavano l’omosessualità. La Gran Bretagna ha considerato illegali i rapporti dello stesso sesso fino agli anni ’70. Questo ha comportato storicamente l’estrema difficolta per le persone Lgbti nell’incontrarsi e nel socializzare.

In un contesto giornalistico è preferibile parlare di spazi e ambienti “gay-friendly”, cioè finalizzati all’accoglienza delle persone lgbti.

Un altro bel sinonimo sempre più utilizzato è l’aggettivo arcobaleno: “movimento arcobaleno”, “associazioni arcobaleno”, “locali arcobaleno”. Questa parola assume in breve il significato di “inclusivo e accogliente verso tutte le identità”.

Un discorso simile vale per il “turismo gay”. Per lo stesso motivo che ha portato alla nascita dei locali gay, il turismo gay si è sviluppato seguendo determinate logiche commerciali che, in

alcuni casi, vanno incontro a determinati stereotipi e si appoggiano anche su elementi folkloristici. Vanno sempre tenuti presenti alcuni elementi: 1) l’immaginario definito “gay” dall’opinione pubblica non rappresenta la totalità delle persone lgbti; 2) non rappresente nemmeno la vita quotidiana di quelle persone che si avvicinano allo stereotipo; 2) Il turismo gay, così come tutto l’universo di intrattenimenti comunemente ritenuti “gay” sono frequentati in larghissima parte anche da persone eterosessuali.

 

10) L’AMBIGUITA’ DEL TERMINE “MINORANZA”

Sulla scia del concetto psicologico di “minority stress”, è stato recepito anche nei Paesi anglofoni l’uso dell’espressione “sexual minorieties”, minoranze sessuali. Va chiarito che l’uso del termine “minoranza”, relativamente alle persone lgbti, è altamente fuorviante, poiché il senso comune identifica come minoranza un gruppo di persone circoscritto da elementi come un territorio, un etnia, una cultura, una nazionalità, l’appartenenza linguistica. In questo caso parliamo invece  di persone di qualsiasi estrazione sociale, età, cultura o nazione. Secondo i rapporti Kinsey parliamo di circa il 10% della popolazione. Tuttavia, la questione numerica e quindi l’idea di minoranza diventa irrilevante di fronte al fatto che queste persone non rivendicano diritti particolari ma esattamente gli stessi diritti delle persone eterosessuali.

Frasi del tipo “i diritti delle minoranze sessuali”, che spesso si trovano in elenchi che includono le minoranze etniche, religiose, linguistiche ecc., vanno sostituite con “i diritti delle persone lgbti”. Da evitare anche l’espressione “diritti gay”.

Lo stesso concetto di “minority stress”, non a caso, fa riferimento ad una condizione di minoranza percepita dall’individuo, non ad una calcolo statistico sulla popolazione lgbti.

 

REGOLA AUREA

Infine una semplice regola aurea, che può sempre essere utile a risolvere molti dubbi: il giornalista o la giornalista che devono trattare un argomento Lgbti non devono fare altro che domandarsi come tratterebbero la stessa notizia se non stessero parlando di persone Lgbti. Corollario alla regola aurea, che riguarda tutti i momenti in cui non si parla direttamente di tematiche Lgbti: tenere sempre conto che le persone Lgbti non vivono “su un altro pianeta” ma fanno senz’altro parte del pubblico di lettori e lettrici cui si rivolgono i loro articoli. Tenerlo presente può evitare atteggiamenti anche involontariamente discriminatori (non quelle persone là ma, anche, voi che ci leggete!).

 

A cura del Comitato per la Formazione di Gaynet.

Fonti e riferimenti