Un 25 Aprile contro l’omofobia nel calcio

ROMA, 25/4/2012- “Nel mondo del calcio e dello sport resiste ancora il tabù nei confronti dell’omosessualità, mentre ognuno deve vivere liberamente sé stesso, i propri desideri e i propri sentimenti”. Lo scrive Cesare Prandelli, commissario tecnico della Nazionale, nella prefazione del nuovo libro di Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano “Il campione innamorato. Giochi proibiti dello sport”.

Festeggiare il 25 Aprile significa ricordare la conquista della libertà e della democrazia nel nostro Paese, la liberazione dalla dittatura nazifascista. Ebbene, se consideriamo che le libertà della persona in Italia sono ancora terreno di contesta politica e culturale, specie sul tema GLBT, noi vogliamo dedicare questo 25 Aprile alla lotta contro l’omofobia nel mondo dello sport, anche a seguito delle dichiarazioni di Prandelli. Ed ecco perchè.

Si tratta di una prima avanguardia, un primo sasso gettato in uno stagno torbido, quello del pregiudizio e del razzismo omofobico nel calcio, una palude che rende la condizione omosessuale un vero e proprio tabù assoluto, negli stadi, nei campi amatoriali, nei circoli sportivi, nei famosi “bar dello sport”, nelle famiglie che guardano le partite. Un virus di intolleranza e oppressione che permea la società intera e costringe un numero incalcolabile di persone ad una vita di finzione.

Il calcio è un potentissimo fenomeno di aggregazione sociale,  nel bene e nel male, dove si concentrano e si sfogano i sentimenti, le paure e le tensioni sociali di campioni quanto più estesi di popolazione, dal professionista, all’impiegato, dal direttore di banca all’operaio. E’ un fenomeno in cui si vede l’anima più “esuberante”,  se vogliamo più spontanea di un popolo, ed è anche un fenomeno mediatico di portata vastissima, forse pari solo al mondo della musica e dello spettacolo. Ma è anche purtroppo il terreno principe in cui si condensano pregiudizi razziali e ancor più di stampo omofobo.

Un ct della nazionale che afferma,  “anche l’omofobia è razzismo” e che  “dobbiamo tutti impegnarci per una cultura dello sport che rispetti l’individuo in ogni manifestazione della sua verità e della sua libertà”, può essere un presupposto fondamentale per attaccare nel suo terreno più fertile l’omofobia, parlando con un linguaggio, quello dello sport, che può raggiungere potenzialmente ogni periferia.

Negli stadi come nei campi di Paese più sperduti sappiamo bene che accanto a insulti come “nxxo di mxxxa” segue proprio “fxxxxo di mxxxda”.  Portare la battaglia per la libertà e per i diritti nel mondo del calcio è un modo quindi per entrare nell’anima di un popolo, un modo per dar seguito e attuazione vera a quei valori e a quelle libertà che si festeggiano il 25 Aprile, quei valori che ci hanno insegnato che portar via i diritti di una parte significa mettere a rischio quelli di tutti.

Meglio ancora, il 25 Aprile deve essere un modo per ricordare che non c’è democrazia senza che ognuno sappia che i propri diritti e le proprie libertà sono fondate su quelle dell’altro. E questa libertà dev’essere anche quella di esprimersi e di comportarsi liberamente, in base al proprio orientamento sessuale e alla propria identità di genere.

Pradelli ha detto anche che presto qualche calciatore farà coming out. Questo potrà certamente essere di grande aiuto a livello culturale e mediatico, ma il cambiamento deve partire da tutti, cittadini, istituzioni mondo dello sport di ogni livello.  Gaynet è nata proprio per informare e fare controcultura in questi contesti,  dove insulti e sfottò impietosi imbevuti di machismo la fanno da padrone. La parole di Prandelli sono importanti più per il potenziale che per la loro attualità. Diamogli seguito.

Rosario Coco
Presidente Gaynet Roma

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