Fuori dalla finestra

Il Partito Democratico che il 20 e 21 settembre si è riunito per l’assemblea nazionale sembra vivere altrove, un altro mondo, un’altra realtà. C’è una bolla che divide 942194_10201942065694479_1921089094_nl’Auditorium della Conciliazione dove i dirigenti discutono di regole e si complimentano tra loro e la realtà effettiva, dove scorre la vita vera. Proprio all’uscita dell’auditorium un gruppo di attivisti LGBT insieme ai rappresentanti delle associazioni organizza un presidio di protesta contro la legge sull’omofobia passata ieri alla Camera. L’Italia dentro, l’Italia fuori. Dentro si discute delle regole del congresso, fuori si protesta contro una sinistra che ha deluso e poi offeso le aspettative del movimento LGBT. E’ qui la distanza e l’incapacità di comprensione della politica relativamente alle persone. Alle persone vere, in carne e ossa. Che hanno problemi veri e che non vivono solo quando ci sono le elezioni. Intanto all’interno è tutto un balletto di sguardi e di gesti con Gugliemo Epifani, segretario del Partito Democratico, e l’on. Ivan Scalfarotto, vice presidente e relatore della discussa legge. Bravo, grazie, se non ci fossi tu. “Ieri la camera ha approvato la legge in difesa del l’omofobia” si inceppa il segretario per poi correggersi tra applausi e sorrisi. “Freud lo ha chiarito: il lapsus è sempre una “verità scomoda” che salta su. Mi pare un caso da manuale” commenta la giornalista Anna Mallamo su twitter e forse ha ragione. Il segretario continua a spalleggiare Scalfarotto: “traspaiono minacce nei confronti di Ivan. Non va bene.” Quelle che definisce “minacce” sono le critiche e gli insulti che Scalfarotto ha ricevuto dalla comunità lgbt e dai suoi amici del movimento. Gugliemo Epifani poi torna a parlare di regole (che non ci sono) del congresso e di Berlusconi un criminale che fa i suoi interessi sulle spalle dell’Italia, poco importa che il criminale sia al governo con il suo partito. Dettagli.  Dopo il discorso di Epifani è il turno di Ivan Scalfarotto che ritorna sulla legge contro l’omo-transfobia approvata alla camera. Il muscolo della mandibola scatta come in un tic nervoso, come se stesse masticando qualcosa di molto duro e invisibile è in effetti Ivan Scalfarotto non riesce a ingoiare il pasto amaro di una sconfitta. Aver approvato una legge con al suo interno un subemendamento che crea una zona franca per antisemitismo, razzismo, omofobia, una legge che criticata da tutte le associazioni LGBT da sempre sostenitori e amici del vicepresidente del PD è un boccone indigeribile. Se poi questi sostenitori e amici stanno fuori dalle porte a strillarti il loro dissenso il disagio è palese. Eppure Ivan Scalfarotto fa finta di nulla: dice “abbiamo introdotto un nuovo reato” che non crea zone franche ma tutela la libertà d’opinione e continua parlando di mezze verità, cattiva informazione, gente che non sa di cosa parla, proteste immotivate. Non fa riferimento al presidio delle associazioni LGBT fuori dall’auditorium della Conciliazione. Un linguaggio antico quello del silenzio.  Un ritorno in quei luoghi dove, come spiega il il Talmud, una parola vale una moneta e il silenzio ne vale due. Il padrone che vigila austero, il silenzio come arma. Ci sono esempi nella storia: c’era un re, Guglielmo I d’Orange, il Silenzioso, che usava il silenzio come tecnica d’offesa: era micidiale, perché imprevedibile.  E’ dunque questa la conferma di una distanza siderale tra la politica di partito e la realtà effettiva di chi spende la propria vita per un riconoscimento di sani principi di uguaglianza e giustizia. Il dibattito dentro l’Auditorium è surreale. Non c’è nessuna corrispondenza tra l’esperienza del movimento LGBT che dovrebbe essere rappresentato da Ivan Scalfarotto e la discussione portata avanti. L’esperienza di vita dei cittadini alberga altrove e non in una politica che continua ad occuparsi di tecnicismi che poco appassionano gli elettori. Gli unici a cercare un contatto con il mondo reale, durante l’assemblea, sono stati l’on. Giuseppe Civati “Capisco le difficoltà ma se ci battiamo per l’uguaglianza non possiamo fare cose che aumentano la disuguaglianza” e Gianni Pittella “Bene un parlamento che approvi una legge contro il reato di omofobia. Male che lo faccia con il subemendamento Gitti”. Il paese reale è lontano anni luce, anche se qualcuno continua a non rendersi conto del delitto politico di un subemendamento che incoraggia non solo omofobia ma anche razzismo, islamofobia, antisemitismo,  purché organizzati. Richiederebbe un lavoro di rete di grande respiro e molto sofisticato che coinvolga tutti i movimenti e tutte le associazioni. Invece il vento di rabbia fuori dalla finestra dell’auditorium era solo arcobaleno. “Dove sono ‘gli altri’?” chiedeva qualcuno. In attesa di risposte, si gioca scommettere sulle le sorti incerte del testo passato al Senato in seconda. Sarà difficile modificare la legge “nei dettagli” come in fondo spera Ivan Scalfarotto. Al Senato il PD in minoranza sarà davvero costretto a mediare per ottenere nella migliore delle ipotesi una pessima legge. La spada di Damocle pende sulla testa di Sergio Lo Giudice, senatore del partito Democratico, da sempre un tramite tra la comunità LGBT italiana e le istituzioni, che lo diciamo senza se e senza ma potrà fare poco a suo a nostro malincuore. Intanto la vita reale rimane fuori dalla finestra, ritornare a noi, dando un posto alle cose che contano davvero nella vita di ciascuno, è un lavoro che richiede sinergia e capacità d’ascolto. Qualcuno potrà anche far finta che nulla di grave sia accaduto. E’ la strada, appunto, che può far salva, ancora una volta, l’unità di un partito o la propria immagine di uomo tutto d’un pezzo, ma rischia di condannarlo all’irrilevanza politica.

Simone Alliva, Gaynet

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