il “Gay” pavido e tormentato? i paradossi delle testimonianze

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l’immagine giudicante che accompagna l’intervista a Tommaso. Il gay che fa coming out è solo e si distingue dagli altri ragazzi.

Dopo due interviste a un ragazzo e una ragazza etero arriva l’intervista all’adolescente omosessuale, terzo capitolo di una inchiesta sul sesso adolescenziale pubblicate da Il fatto quotidiano.

Questa meritevole iniziativa si espone tuttavia ad un difetto di fondo, un pò un male necessario se vogliamo, ovvero il fatto che  vicende individuali e personali di quel ragazzo e quella ragazza vengono presentate come fossero rappresentative di tutti  i ragazzi  e tutte le ragazze. Nel caso dell’intervista del ragazzo gay, questo elemento diventa particolarmente problematico, poichè si tende a proporlo come una testimonianza di tutte le omosessualità

 

Viene da chiedersi perchè come intervista esemplare sia stata allora scelta una storia di difficoltà soggettive dell’intervistato (derivanti cioè dalla sua personalità e non da motivazioni esterne che nell’intervista compaiono solamente come una causa secondaria) e perchè le opinioni della giornalista non vengano esplicitate ma rimangano tra le righe  di una intervista che viene presentata come opinione dell’intervistato mentre, nei raccordi tra una dichiarazione e l’altra di Tommaso, la giornalista si produca in commenti, descriva ed esprima giudizi su Tommaso inquadrando le sue parole in una cornice di significato che la giornalista dà per scontata come fosse oggettiva e condivisa mentre vi trapela un pregiudizio nei confronti dell’omosessualità (e di Tommaso) sconcertanti.

Tommaso, che dice di avere 17 anni,  ma che all’inizio dell’intervista viene presentato dalla giornalista come quattordicenne, è descritto come ragazzo insicuro, schivo, che si vergogna

Tommaso beve un caffè in un bar buio a pochi passi dalla scuola. Intorno non c’è nessuno, eppure parla a voce così bassa che è quasi impossibile sentirlo. È un ragazzo alto e magro, seduto con la schiena curva. Giocherella con le dita lunghe come candele con le bustine dello zucchero, e si sfoga senza pause

Di cosa si vergogna, e soprattutto perchè, non ci viene dato di sapere inducendo a pensare a chi legge che sia ovvio di cosa ci si vergogni.

Nel presentare l’intervista il racconto gli ostacoli e le difficoltà vissute da Tommaso sono sempre inquadrate come difficoltà soggettive.

Tommaso parla già da un’oretta e la luce che filtra nel bar pian piano sparisce. Per lui non è più un’intervista. Pare più un’autoanalisi, dove tutti i suoi dubbi emergono insieme. Ripercorre il primo dei suoi attacchi di panico, avvenuto mentre, in classe, si discuteva di bioetica e fecondazione assistita: “Di colpo ho pensato: ‘Avrò mai una famiglia? Come farò a sposarmi? Potrò adottare un bambino, o ricorrere all’utero in affitto? E soprattutto, è giusto che io abbia un figlio?’. Non so se posso essere genitore. Credo che sarei un bravo papà, non certo peggiore di un papà etero. Poi guardo la tv e vedo queste persone che descrivono quelli come me come esseri abominevoli, che rovinerebbero la vita dei propri figli. So che c’è gente per strada che mi picchierebbe. Se non mi insultano, in giro, è solo perché io non mostro la mia omosessualità. Mi vesto normalmente, mi comporto normalmente”.

Le difficoltà vissute da Tommaso che derivano da una omonegatività recepita vengono presentate dalla giornalista come dubbi personali, esistenziali ed etici (è giusto che uno come me abbia una famiglia?) senza che la giornalista rilevi come questi dubbi siano indotti dalla pressione sociale semplificati nell’articolo all’effetto della condizione di omosessuale senza riferirsi minimamente allo stigma.

Le domande che Tommaso si pone (potrò avere una famiglia? E’ giusto che io abbia un figlio ?) sono presentate con la stessa retorica di chi vive in una condizione oggettivamente invalidante non quelle di una persona che è vittima di un pregiudizio diffuso e introiettato.

Sarebbe bastato un commento diverso per illuminare la disistima con cui Tommaso è indotto a vivere la propria omosessualità.

Una omosessualità che la giornalista presenta come impulso, come un istinto, come qualcosa di immediato e imponderabile, di primordiale come la sessualità sganciata dalla sfera affettiva.

Tommaso infatti non si lamenta di non essersi mai innamorato o di non essere mai stato amato da un altro ragazzo ma di non aver esser

“(…) mai stato con un ragazzo. Nemmeno con una ragazza, a dire il vero. Non ho mai neanche baciato nessuno, a meno che non valgano quei baci a stampo durante il gioco della bottiglia, in seconda media. Ho 17 anni e sono come un preadolescente. Devo ricominciare tutto da capo: è come se avessi 12 anni, non so fare niente, mi sento completamente inadeguato”.

Anche il coming out raccontato da Tommaso viene presentato dall’intervistatrice come uno sfogo per liberarsi di un peso, come ci si può liberare di una colpa, e non come un passaggio politico (nel senso letterale del termine di vita nella polis) di autodeterminazione  e di risposta a uno stigma a una pressione sociale alla quale si reagisce con determinatezza.
E, per Tommaso, diventa  un tentativo disperato di essere felici che non serve a niente.

Si pensa che il coming out basti per stare meglio, per liberarsi. Invece io ho cominciato ad avere attacchi di panico. La mia inclinazione alla tristezza – mi sento inadeguato, brutto, sfigato, escluso dai gruppi più popolari, più in vista – si è trasformata in depressione. Spesso sono completamente incapace di reagire”. Tommaso ripercorre l’apatia che lo accompagna di giorno e le crisi d’ansia che lo assalgono di notte, quando pensa alla sua vita, alla morte, al futuro che non riesce a immaginare: “Ho cominciato a fare uso di sonniferi un paio di mesi fa. Non ho preso davvero in considerazione il suicidio, ma non è escluso che possa succedere. Credo di no, perché ho tanti amici. Spero di no, ma non so”.

Le difficoltà di Tommaso sembrano quelle di un adolescente male in arnese senza che vengano minimamente sfiorate le difficoltà derivanti da una società che non gli offre strumenti di autoderteminazione e sviluppo positivo di sé.  Le difficoltà di una società dove i masse media, quotidiani in testa, presentano l’omosessualità come una condizione invalidante come un qualunque handicap fisico tacendo sugli effetti devastanti dei personaggi omosessuali televisivi che sono sempre e solo macchiette umilianti proposte da I soliti idioti (nome omen) da Platinette o Malgioglio, devastanti perchè dare del frocio a qualcuno è un insulto di per sé a prescindere che l’insultato omosessuale lo sia o no davvero. Motivi più che sufficienti  a indurre la depressione che invece viene presentata come una difficoltà personale sganciata dalla società omofobica in cui Tommaso è costretto a vivere.

Questa intervista scoraggia non solo il coming out ma indica come anche la possibilità di viversi la propria omosessualità con gioia sia difficile da ottenere.

Non lo fa però con indignazione o con spirito di denuncia ma con quel patetismo che prima individua in Tommaso la persona sfortunata e poi ce la presenta con dignità, in realtà umiliandola perchè fa di Tommaso uno sprovveduto che è il primo a pensare che l’omosessualità sia un problema.

Tommaso parla dei genitori come se toccasse a lui proteggerli, difenderli dalla sua omosessualità. Li racconta come persone aperte, semplici, che sanno di avere un figlio gay, ma scelgono di non confrontarsi. “Vedere il proprio bambino e sapere che è gay è un peso. E io non voglio pesare su nessuno. La mia omosessualità crea problemi e io non voglio essere un problema. I miei non hanno mai cercato di cambiarmi, volevo giocare con le bambole e me l’hanno permesso. Non ho ancora detto niente perché non so come gestire questa situazione, non voglio che mi vedano così disperato”. E parlare con uno psicologo, per Tommaso, spezzerebbe quel tacito accordo che c’è con la sua famiglia: “Dovrei chiedere loro i soldi e non saprei come giustificarlo. Per fortuna ho i miei amici, che sono gli unici a placare la mia angoscia”.

Una angoscia non sceverata nelle sue componenti presunta come tutta interiore e interiorizzata e dove la pressione sociale non solo non sembra farne parte ma dove anzi gli amici sono gli unici che lo aiutano.

Ed ecco il clichè che si insinua, se giochi con le bambole che sono un giocattolo da femmina, allora sei gay, che infatti, si sa, sono tutti femmine mancate.
Che Tommaso lo pensi è ancora comprensibile, che la giornalista però non facendolo notare avvalli questo luogo comune è molto meno comprensibile e tollerabile. Perchè non solo non tutti i ragazzi che giovano con le bambole sono gay ma non tutti i gay giocano con le bambole. Questo orse Tommaso ancora non lo sa ma la giornalista lei dovrebbe saperlo.

Se Tommaso ha delle idee così distorte la giornalista tace sul perchè e lascia concludere al suo pubblico di lettori e lettrici che il motivo dipenda dalla condizione oggettiva di omosessuale di Tommaso e non da una omonegaitvità che Tommaso ha introiettato sin dalla nascita.

E alle amiche, che insistono per accompagnarlo in un locale gay, risponde: “Perché devo andare in un posto pieno di sconosciuti, spesso molto più grandi di me? Per gli eterosessuali sperimentare è molto più semplice, e possono farlo con i coetanei. Io non me la sento di andare in quei locali. Soprattutto per via della mia più grande paura: che non succeda proprio niente. Che la vita passi senza che io la viva”

Il fatto che Tommaso non possa incontrare coetanei dei quali innamorarsi è un falso ideologico (della giornalista) perchè di omosessuali ce ne sono dappertutto e non solo nei locali  e dove Tommaso è molto meno solo di quello che la giornalista lasci intendere visto che Tommaso è stato indotto a fare coming out dall’esempio di Alessandro un compagno di scuola.

Ottobre di tre anni fa, liceo classico Berchet, Milano. Come ogni autunno, è tempo di autogestione (…) prende la parola Alessandro e davanti a tutta la scuola dice, semplicemente, “sono gay”. “Ho realizzato così – racconta Tommaso, 14 anni, che quel pomeriggio era seduto per terra in fondo alla classe – che anche io, prima o poi, avrei potuto fare coming out. Ma ho sentito alcuni ragazzi, in corridoio, prendere in giro Ale. Dargli del frocio, dire che non poteva usare l’assemblea per raccontare certe cose. Ho avuto paura, non ero pronto”. Poi Alessandro diventa rappresentante d’istituto e la sua popolarità cresce di continuo. L’anno dopo, torna sull’argomento. (…) Allora Tommaso si decide: “Ho mandato una email ad Ale dicendogli che sono anche io gay. È incredibile: finché non senti la tua voce che lo dice, finché non leggi le tue parole sullo schermo del computer, non lo realizzi davvero. Appena ho cliccato ‘invio’, invece, mi è sembrato surreale il fatto di non averne mai parlato prima. Lui mi ha risposto con uno smiley”.

Insomma più che un coming out una confessione privata, fatta nemmeno di persona ma tramite mail, a un altro gay. 
Il coming out invece è sempre pubblico, mai privato

L’unico valore di questo tipo di interviste è la loro valenza testimoniale ma nessuno degli intervistati è immune da stereotipi e luoghi comuni nemmeno i diretti interessati e gli stereotipi e i cliché andrebbero sempre individuati e indicati.

Invece la giornalista usa i cliché gli stereotipi e i pregiudizi presenti in quelle interviste per confermare e costruire ad arte una sua idea dell’omosessualità celandosi dietro le parole dell’intervistato al quale fa così dire molto di più di quanto Tommaso si renda conto.

Un articolo come questo non costituisce proprio un racconto di esemplarità sulla propria personale lotta allo stigma e ce ne sarebbero tanti da poter fare, serve piuttosto a confermare quel che molte persone sono indotte a pensare degli omosessuali: che sono persone problematiche pavide e sprovvedute non perchè la società non permette loro di crescere e avere dei modelli di riferimento positivi ma perchè è così che sono fatti tutti i froci.

Alessandro Paesano 

 

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