T-Shirt e Jeans: per qualcuno l’unica “divisa” da indossare ai Pride

imagesGiuliano Gasparotti e Giovanni Licchello sull’Huffingont post pubblicano un post dal titolo Essere gay con normalità: e se Capitan Findus aprisse il prossimo Pride?

Nel post, che somiglia tanto a una velina da MinCulPop, spinti dalla normalità borghese (sono loro a dirlo) Gasparotti e Licchello chiedono a tutte le persone che partecipano ai Pride, secondo loro un rito un po’ stanco, di marciare in jeans e T-shirt.

E’ dai tempi della giornata del Balilla che questo Paese non riceveva una richiesta tanto imperativa e fascista sul modo di vestire a una manifestazione pubblica.
Fascista perché si vorrebbe imporre un pensiero unico e omologante, inopinato e non richiesto, su come vestirsi a una manifestazione di proclamazione di orgoglio, perché pride quello significa, dove ogni persona può manifestare quello che è, liberamente, secondo la sua personalità e sensibilità.
Secondo Gasparotti e Licchello invece o ci si mette la divisa della normalità borghese oppure ci si assume la responsabilità politica del fallimento dei Pride.

Il motivo della richiesta di marciare ai Pride in divisa balilla, pardon, in T-Shirt e Jeans, è sempre quello solito, appena aggiornato alla nostra attualità politica: Il colpo d’ala richiesto a gran voce alla politica non viene certamente favorito dall’esposizione da Carnevale di Rio di tette e culi al vento.

Dunque la responsabilità dell’inedia delle Istituzioni italiane sui diritti civili non dipende dalla volontà politica di questo o quel partito ma dalle persone che vanno ai Pride vestite d’eccesso.
Viene spontaneo chiedersi come ciò sia possibile visto che, a detta degli stessi autori del post, queste persone d’eccesso vestite poco hanno a che fare con la stragrande maggioranza di coloro che vanno ad una manifestazione senza né piume né paillettes.

Insomma se già la maggioranza delle persone che vanno ai Pride già vestono sobriamente quale maggiore beneficio può portare la divisa balilla-pride in Jeans e T-shirt?

16507216_MGTHUMB-INTERNA
Il Sindaco di Roma Ignazio Marino al Pride 2014. Pride che, secondo Gasparotti e Licchello, è “un rito un po’ stanco”.

Davvero la minoranza da carnevale incide così tanto sull’efficacia politica di questa manifestazione?

L’accanimento contro questa minoranza ricorda la retorica della maggioranza che impera oggi nel Paese. La maggioranza che vince piglia tutto e peggio per chi non la pensa uguale. Ti devi adeguare. Lo vuole la democrazia.

A Gasparotti e Licchello il carnevale dà fastidio di per sé tanto da investirlo di ogni responsabilità anche se loro stessi ammettono sia un comportamento di minoranza.
Dà fastidio perché, dal loro punto di vita borghese, è inconcepibile che il carnevale abbia gli stessi diritti.

Gli stereotipi del Pride, l’eccesso di vestire abiti succinti e dell’altro sesso, per Gasparotti e Licchello provengono dalle persone omosessuali, e chiedono vengano rotti perché prestano il fianco a chi storce il naso dimenticando, o ignorando, che quelli stereotipi sono della stessa borghesia da loro tanto inneggiata.
Una borghesia che tramite quei luoghi comuni (i gay sono donne mancate, le lesbiche sono tutte camioniste) ha segregato e discriminato le persone non etero bollandole di anormalità.

Non a caso Gasparotti e Licchello usano la parola normale invece di quotidiano, da borghesi quali sono, sfugge loro il portato politico di una celebrazione di orgoglio che passa anche attraverso la provocazione.

La provocazione di fare propri quegli stereotipi creati e impiegati per discriminare tutte le persone non eteronormate, usandoli provocatoriamente contro chi li creati svuotandone il portato discriminatorio ogni volta che una persona borghese si meraviglia del carnevale.

Perché il Pride serve anche a questo a épater le bourgeois!

Gasparotti e Licchello si accontentano di essere tollerati e infatti nel loro post non fanno riferimento al matrimonio egualitario ma parlano più genericamente di libertà di amarsi, una libertà magari da riconoscere con le segregazioniste civil partnership alla tedesca di cui parlava Renzi (chiamato in causa dai due blogger) prima di ricevere l’incarico governativo e ora scomparse dall’agenda di governo

Ecco cosa c’è dietro la parola normale: l’obbligo totalitario a conformarsi.
Volete i diritti ?
Diventate uguali a noi.
Cancellate la vostra individualità che noi bolliamo come diversa; camuffatevi vestendo in jeans e t-shirt allora sì che vi accoglieremo nell’alveo della normalità, solo quando rinnegherete voi stesse diventando uguali a noi.

Invece le persone che partecipano ai Pride, come recitava lo slogan di due anni fa, vogliono tutto: parità, dignità, diritti anche col Carnevale.

Perché i diritti o sono o non sono non c’è divisa Balilla che tenga.

Alessandro Paesano

 

Comments

comments