“Moderne deportazioni”, l’interessante convegno del Festival “Memorie Dimenticate”.

Bel dibattito ieri alla sala del Carroccio al Campidoglio organizzato da Gaiaitalia.com in occasione della seconda edizione del Festival Memorie Dimenticate organizzato in collaborazione con Gaynet con il Patrocinio di Roma Capitale assessorato al Patrimonio, Politiche UE, Comunicazioni e Pari Opportunità e dell’associazione Anddos, con il patrocinio di UNAR e in collaborazione con Nogu Teatro.

Moderne deportazioni, presentato un giorno prima della Giornata della Memoria, ha proposto un rapido e intenso excursus che dalle deportazioni naziste degli omosessuali (triangoli rosa) e delle omosessuali (triangoli neri) ha subito portato lo sguardo sulla contemporaneità, perché la memoria serve per capire da dove veniamo ma anche per capire il presente.

Sette Stati del mondo oggi puniscono ancora 10858611_10205700166761596_7445151311502489386_ni rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso adulte e consenzienti con la pena di morte, mentre in circa trenta Stati è punita con una pena che va dai 14 anni di galera all’ergastolo e in altrettanti Stati più “miti” con una pena che va dai 5 ai 14 anni.

Una persecuzione che è la stessa, mutatis mutandis, dei nazisti e crea un flusso migratorio coatto di persone costrette ad abbandonare il paese di origine per poter vivere una vita dignitosa, una vera e propria deportazione dove, in nome dello stesso stigma, si violano i diritti umani di tante persone.

Dopo i saluti dell’assessora Alessandra Cattoi che ha ricordato l’importanza della memoria in tempi difficili come i nostri è intervenuta subito Cristina Franchini dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per le persone Rifugiate (UNHCR) ha ricordato come la discriminazione per orientamento sessuale, pur non essendo esplicitamente nominata nella convenzione di Ginevra del 1951, è riconosciuta nella prassi giudiziaria e grantisce il diritto d’asilo e di protezione internazionale. I problemi in queste richieste d’asilo riguardano sia chi chiede protezione e asilo, non sapendo che può farlo per le persecuzioni in base all’orientamento sessuale, sia chi deve accogliere le richieste che si trova troppo spesso sensbile ai pregiudizi.
C’è ancora molta impreparazione da parte delle commissioni (che vedono 4 rappresentanti, della prefettura, della polizia, del comune e dell’UNCHR) che negano ancora troppo spesso l’asilo alle persone omosessuali.
Nel ricorso giudiziario che la legge garantisce come diritto per tutte le persone richiedenti, intervengono associazioni a sostegno e tutela come l’Arci presso la quale Valentina Itri lavora e che ha presentato nel suo intervento una casistica deprimente di persone non credute omosessuali, per le quali, a differenza del resto d’Europa, la magistratura chiede ancora dei certificati che attestino la loro omosessualità secondo una pratica scoraggiata nel resto d’occidente (laddove casomai le certificazioni vengono richieste per attestare l’avvenuto trauma per le discriminazioni).
Bisogna anche fronteggiare ha ricordato Itri la difficoltà delle persone provenienti da culture in cui se si è omosessuali si viene uccisi e uccise anche dalla famiglia di origine (Maghreb e mondo arabo) di dichiararsi apertamente omosessuali e rivendicare tutela e diritti.

Una volta ottenuto lo status di rifugiato queste persone straniere si ritrovano a vivere in uno stato come l’Italia dove lo stigma contro le omosessualità è ancora duro a morire tanto che, secondo una indagine della comunità europea del 2012 svolta su un campione di oltre 96mila cittadini e cittadine lgbt, il nostro Paese  è fanalino di coda nel riconoscimento dei diritti.

Paesano, che moderava il dibattito, ha chiesto a Tommaso Giuntella, presidente del PD romano, che cosa stia facendo la politica italiana. Nella sua risposta, schietta e franca, Giuntella si è soffermato sull’esigenza di un cambio generazionale e sulla necessità di una svolta culturale senza la quale le proposte politiche che, pure, sono presenti, al di là della loro efficacia, restano lettera morta.
Paesano ha ricordato lo scollamento tra l’Italia degli anni settanta che ha inanellato una serie di leggi cardine della vita democratica del Paese (divorzio, nuovo stato di familgia, aborto, legge Basaglia modifiche del codice civile dal delitto d’onore allo stupro e legge sulla riassegnazione chirurgica del sesso) e l’italia attuale nella quale probabilmente i referendum che allora tentarono di cancellare alcune di quelle leggi avrebbero visto vincere i si.

Rosario Coco di Gaynet ha sottolineato l’inadeguatezza delle associazioni lgbt che non riescono più ad avere piglio con la base del paese (un problema che va ben al di là delle associazioni delle persne non etero) e, in sintonia con Giuntella, pur riconoscendo validità ad alcune campagne e lotte politiche lamenta l’assenza di una base in grado di sostenerle, diffonderle e determinarne il senso e il corso. Coco ha anche segnalato l’urgenza di un vasto intervento nelle scuole.

Delia Vaccarello ha proposto, attraverso un excursus agile e puntuale, la storia della parola lesbica sottratta dal femminismo italiano anni settanta (Vaccarello dice anni ottanta) al lessico delle parole offensive rivendicandone l’orgoglio di parola positiva (lesbica è bello).

Vaccarello lamenta al contempo l’assenza del sostantivo e dell’aggettivo tra le parole recepite nel linguaggio comune nel quale sono annoverate solamente l’acronimo “lgbt”, “omofobia” e “gay”.

Paesano ha ricordato come l’assenza della parola derivi anche dal sessismo linguistico della classe politica e intellettuale italiane che usa ancora il plurale maschile come neutro secondo una notazione già fatta presente 30 anni fa da Alma Sabatini (ed Edda Billi) la cui parola è rimasta lettera morta in ambito giornalistico.

Infine Monica Maggi ha raccontato la genesi del suo spettacolo I triangoli neri, che ha debuttato ierisera al teatro Agorà e vi rimarrà in scena fino domenica p.v., richiestole con cortese sollecitudine da Ennio Trinelli direttore del festival e organizzatore silente che è rimasto tra il pubblico, nel quale si racconta della doppia discriminazione di Crista donna ebre a lesbica.

Un paio di domande del pubblico hanno concluso un incontro stimolante sia per la qualità e la varietà delle informazioni date che per la cordialità con la quale ci si è confrontati e confrontate su un argomento vasto e delicato come quello dei diritti civili non riconosciuti ad alcune persone per via del loro orientamento sessuale o dell’identità di genere.

Un discorso trasversale che tocca anche altri temi dall’identità di genere, e quindi il sessismo e il maschilismo che colpisce le donne (Paesano ha celiato sul fatto che una volta tanto al tavolo c’era una maggioranza di donne…) al razzismo che colpisce le culture altre, come ha chiesto delucidazioni una donna del pubblico che ricordava che le deportazioni moderne non si limitano alle persone lgbt, alla quale ha prontamente risposto il direttore del festival trovandosi d’accordo con lei.

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