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Arte e Spettacolo

Conchita Wurst a Sanremo, perchè non chiamarla Tom?

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Non è una trans ma una Drag Queen, ma il nome è legato al personaggio artistico come nel caso dei nomi d’arte. Qualcuno ricorda un caso in cui Platinette è stata chiamata “Mauro”?

Da www.anddos.org – Un grande successo quello di Conchita Wurst, vincitrice dell’Eurovision song contest 2014, che si è esibita sul palco di Sanremo cantando in anteprima un pezzo del suo nuovo album che uscirà a maggio. Unica nota stonata è stata l’intervista di Carlo Conti subito dopo l’esibizione, che ha esordito con “Tom, che voce potente!”: non a caso Conchita stava per rispondere, come si vede nel video, “exactly”, poichè aveva capito (con molto imbarazzo) che si volesse parlare della sua reale identità, ma poi si è subito corretta con “thank you so much”, non appena è arrivato il complimento.

Non era una conferenza stampa, infatti, un luogo diverso dal palcoscenico in cui Conchita ha sempre spiegato senza problemi di non essere una persona transgender, cioè che si indentifica nella totalità della propria vita in un genere diverso dal proprio sesso biologico, bensì di essere un uomo gay. Era invece un momento di arte, di spettacolo.

Una Draq Queen, in fatti, ovvero una persona che interpreta sul piano artistico un genere diverso dal proprio sesso, viene notoriamente chiamata, nei contesti di spettacolo,  facendo riferimento al genere rappresentato. La tv italiana è stata abituata sin dai tempi di Platinette. Qualcuno ricorda di averla mai sentita chiamare “Mauro” in una diretta televisiva?

Viene quindi da pensare che per una qualche ragione si dovesse ricordare alla platea che quello è un “maschio che si veste da donna”. E’ bene essere chiari. Qui non è in gioco l’identità individuale di Conchita o di Tom Neurwith, bensì il personaggio artistico creato da Tom che viene snaturato per il semplice fatto che  rappresenta un genere che non coincide con il sesso di chi lo mette interpreta e mette in crisi, inoltre, la rigida dicotomia di genere.

In altre parole, si ignora il fatto che il nome di Conchita non è un semplice “orpello” della performance artistica, bensì  è indissolubile da essa. Dire che “Tom ha la voce potente” è un modo per ammiccare al pubblico puntando l’attenzione su un fatto secondario, ovvero l’identità dell’artista e distogliendola invece dall’identità che viene rappresentata, “l’identità che si esprime” come dice Conchita stessa nell’intervista.

La voce potente, insomma, è di Conchita, non di Tom.  Mutatis mutandis, pensiamo a tutti gli artisti che hanno un nome d’arte: qualcuno si sognerebbe mai di chiamarli con il loro vero nome in diretta? Altro discorso è se l’intervista verte esplicitamente sulla vita quotidiana, ma non è il nostro caso.

Anche la domanda sulla barba, che poteva anche starci, è sembrata tuttavia sconveniente e morbosa, come dire “forse avrai vinto per la barba?”. La risposta di Conchita è stata esemplare: “la barba mi fa sentire completa, e se un artista non si sente completo è difficile che abbia successo”.

Insomma, Conchita si è comportata con gran classe nel parlare di se stessa e del personaggio “Conchita”, che non rappresenta altro che un’idea di libertà dagli schemi e dagli stereotipi. Stiano tranquilli i noti detrattori della “teoria del gender”: l’arte è un messaggio, non un modello. L’arte è una lettura del mondo. Un messaggio che, nel merito, non ha niente a che vedere con l’annullamento delle differenze biologiche maschio-femmina, uno spauracchio inesistente che nessuno ha mai teorizzato,  ma mette semplicemente in luce le infinite diverse identità che gli individui possono avere ed esprimere. In altre parole, le differenze non si annullano, semmai si moltiplicano.

Rosario Coco

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