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DON CORSI E LA CHIESA: DOV’E’ IL VERO MATERIALISMO?

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femminicidio

Sono convinto che il vero materialismo sia quello di chi nasconde e contorce la realtà con l’ipocrisia.

Siamo alle solite, ogni tanto qualche prete esce allo scoperto e parla senza peli sullo stomaco. E tutti a gridare, giustamente, allo scandalo, trascinati dai giornali che pompano la notizia. Non sarebbe la prima volta se qualche Vescovo più illuminato o il Papa stesso, con discutibile credibilità, riuscisse a gettare acqua sul fuoco. Difficilmente, però, emergerà il fatto che si tratta dell’ennesima punta dell’iceberg. Purtroppo, infatti, tutta la chiesa o quasi condivide questa impostazione di pensiero, esprimendola in maniera più o meno intensa o velata. Da un punto di vista biblico l’inferiorità della donna trova riscontro anche nelle scritture, basti pensare ai passi del Levitico in cui viene definita “immonda” nel periodo del ciclo. Qualcuno potrebbe obiettare che da qui ad affermare che il femminicidio è colpa delle donne stesse c’è molta strada e che Don Corsi ha esagerato.

Per fortuna molti fedeli sono anni luce più avanti nella contestualizzazione dei testi sacri, per non parlare delle confessioni evangeliche e protestanti. Nel caso della Chiesa Cattolica e di Don Corsi, tuttavia, non è possibile dissociare il pensiero del prete di Lerici da alcuni assunti di fondo. Tra i due sessi, la cultura cristiana identifica ancora nel sesso femminile l’incarnazione della tentazione, della lussuria, del peccato. Le donne non possono dir messa e sono strutturalmente inferiori nell’iconografia cristiana. Allo stesso tempo, verrebbe da dire dire quasi “per consolazione”, divengono le principali protagoniste dell’ascetismo e della rinuncia ai piaceri e ai beni terreni, sul modello della vergine Maria, che rinuncia a se stessa per donarsi completamente alla volontà di Dio.

Il cristianesimo, con l’introduzione dei principi, almeno formali, di solidarietà e fratellanza universale, determina una considerazione della donna sulla carta migliore rispetto a quella dell’età antica, ma nella sostanza probabilmente peggiore, proprio per questo pesante e oneroso protagonismo che le viene assegnato nell’incarnare la necessità del rifiuto della tentazione del male.

Chi difende queste posizioni raccomanda spesso di fuggire il relativismo e il materialismo, visti come qualcosa di fallace, momentaneo ed effimero. Ma dov’è il vero materialismo? ritenere la donna un semplice involucro di carne che ispira lussuria? ritenere la sessualità un mero atto biologico e meccanico finalizzato alla procreazione? opprimere e rifiutare la bellezza? dimenticarsi che una relazione tra due persone ha altre mille sfumature? costruire un modello ipocrita e schizofrenico che pullula di scandali? Nelle parole di Don Corsi, che da anche del “frocio” a chi non prova nulla di fronte ad una donna, c’è tutta la frustrazione e il trauma profondo di una cultura che criminalizza la sessualità e la bellezza. Come se di fronte ad un corpo nudo chiunque non possa provare anche semplice ammirazione oltre che attrazione sessuale. Forse è quel modo di vedere i corpi che diventa fallace, momentaneo ed effimero?

Di fronte a questo modello ascetico che crede di fuggire la materia, si nasconde in realtà una forma molto più bieca di materialismo, che chiude le porte alle mille dimensioni della bellezza e della sessualità e genera un modo ipocrita, innaturale, squallido e contorto di crescere e rapportarsi con il proprio corpo. Per essere chiari, la sessualità è il canale attraverso cui passano una complessità di emozioni e sentimenti che non possono essere castrati a priori nella loro spontaneità, durante la crescita ,in primis, come in tutte le altre fasi della vita. La sessualità può essere tanto meccanica quanto sublimazione di sensi ed emozioni. L’istituzionalizzazione del tabù genera i veri mostri. La prova è la schizofrenica doppia morale che è emersa durante gli ultimi scandali che hanno coinvolto la Chiesa. Non si tratta di negare a prescindere che la castità sia una virtù. Il punto è che nessuna virtù può essere un obbligo, nè si può ritenere che la mancanza di una qualsiasi virtù possa marchiare a fuoco le persone come “peggiori” (peccatrici) e creare i fantasmi della colpa.

Purtroppo non parliamo di un club privato qualsiasi, ma di una istituzione che influisce sulla vita di migliaia di persone che non hanno spesso nessuna opportunità di filtrare o di scegliere determinati messaggi, specie i più giovani. Bisogna pertanto iniziare a porsi il problema di come limitare concretamente il potere comunicativo della Chiesa, intesa come dottrina cattolica ufficiale. Dalle campagne nelle scuole contro l’uso del preservativo ai messaggi di odio contro gli omosessuali che minaccerebbero la pace: siamo di fronte ad atti senza mezzi termini socialmente pericolosi.

Se invece volessimo muovere su un piano più filosofico che politico, se crediamo nel progresso morale dell’umanità e teniamo come stella polare il pieno sviluppo della persona umana e la lotta alle sofferenze dell’individuo, va profondamente distinto, il contributo storico della “tradizione cristiana”nella nascita e nello sviluppo dei principi di solidarietà e fratellanza, dall’attuale dottrina ufficiale. Un contributo che andrebbe affiancato anche a insegnamenti e tradizioni come la cultura greco-romana di cui siamo eredi, la filosofia europea moderna e le culture orientali ed extraeuropee con le quali oggi giorno ci confrontiamo.

Rosario Coco – Gaynet Roma

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