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Famiglie omogenitoriali? non vuol dire due gay o due lesbiche

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love-makes-a-familyNel convegno alla Sapienza di Roma, Love makes family, tenutosi alla Facoltà di Psicologia gli scorsi 8 e 9 aprile,  organizzato nell’ambito delle attività di “6 come seiservizio di consulenza sull’orientamento sessuale e identità di genere, si è parlato di famiglie omogenitoriali rispondendo ad alcune domande che nascono spontanee e che a volte sono dettate dal pregiudizio.

Con famiglie omogenitoriali si intendono tanto le famiglie nelle quali padri e madri hanno avuto prole da precedenti relazioni con l’altro sesso e ora vivono stabilmente con un o una partner del medesimo sesso (famiglie di seconda costituzione), quanto le famiglie la cui prole è nata nell’ambito della relazione tra partner dello stesso sesso (famiglie di prima costituzione), tramite la procreazione assistita: inseminazione eterologa per le donne e maternità assistita (una donna che porta avanti la gestazione per conto di una coppia di uomini) per gli uomini, oppure, più semplicemente, tramite l’adozione per entrambi i generi.

Fra tutte le obiezioni possibili a queste famiglie ce n’è una che sembra incontrovertibile.

La prole per crescere bene ha bisogno di una  madre e di un padre.

Lo si è ribadito nel 2011 in seguito a una sentenza della corte di Cassazione che apriva le adozioni anche alle persone single.

In quell’occasione l’Associazione Italiana di Psicologia ha smentito questo luogo comune spiegando come

le affermazioni secondo cui i bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre, non trovano riscontro nella ricerca internazionale sul rapporto fra relazioni familiari e sviluppo psicosociale degli individui. Infatti i risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psicosociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. In altre parole, non sono né il numero né il genere dei genitori adottivi o no che siano a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano.

Il convegno ha affrontato questo nucleo di temi da diversi punti di vista.

margherita-02Anna Maria Speranza, Direttrice della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica della Sapienza Università di Roma ha illustrato alcuni degli studi internazionali (statunitensi) sull’argomento, uno dei quali (how) Does the Sexual Orientation of Parents Matter? di  Judith Stacey e Timothy J. Biblarz ha confrontato i risultati di 10 diverse ricerche sulla genitorialità legata alle questioni di orientamento sessuale mentre un altro  studio Parenting and Child Development in Adoptive Families: Does Parental Sexual Orientation Matter?  di Rachel H. Farr, Stephen L. Forssell e Charlotte J. Patterson ha confrontato la prole adottata da coppie di sesso diverso con quella adottata da coppie dello stesso sesso.

I due studi hanno monitorato la prole cresciuta in entrambi i tipi di famiglie con una serie di parametri che misurano, tra l’altro, il loro benessere psicologico, le capacità relazionali e la loro carriera scolastica.
I dati ribadiscono l’essenziale equipollenza della prole cresciuta nei due diversi contesti familiari.
Le profess.sse Emma Baumgartner (Direttrirce del Dip. di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione) e Anna Silvia Bombi (Prof.ssa Ordinaria di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione, Sapienza Università di Roma) hanno presentato i risultati di uno studio pilota sulla segregazione di genere che si propone di indagare le interazioni tra pari dello stesso e dell’altro genere in età prescolare e verificare  se all’età considerata si rilevi già la presenza di bias [pregiudizio] intergruppo.

In particolare i bambini e le bambine a prescindere dal genere mostrano verso i pari e le pari dello stesso sesso

un maggiore grado di apprezzamento, maggiore affetto positivo, più vicinanza, maggiori aspettative di inclusione nel gruppo, più stereotipi positivi e minori esperienze stressanti. In aggiunta, le bambine appaiono più inclini ad avvicinarsi sia ai gruppi di pari sia a un singolo compagno di quanto non lo siano i bambini.

Altro dato interessante e terribile che è emerso dallo studio è che l’allineamento dell’infanzia agli stereotipi di genere avviene già in età precocissima, al secondo e al terzo anno di vita.

Anna Silvia Bombi ha analizzato anche l’omertà con la quale nei manuali di psicologia dinamica è affrontata la sessualità dell’infanzia, che omettono un dato conosciuto in ambito accademico e cioè che l’auto stimolazione sessuale infantile (palpeggiamenti delle zone erogene) è molto più frequente nella primissima infanzia e diminuisce con l’aumentare dell’età (rimanendo sensibilmente più alta, purtroppo, nel caso di infanzia sessualmente abusata). La percezione che la sessualità sia un fatto privato è appresa nell’educazione ed è altrimenti performata liberamente nei primissimi anni di vita.
lisa
Giuseppina La Delfa di Famiglie Arcobaleno ha poi raccontato delle esperienze e portato delle testimonianze ricchissime e illuminanti riguardo il vissuto dei figli e delle figlie delle famiglie omogenitoriali a scuola, raccontando delle reazioni del corpo insegnanti  (he spesso hanno paura della reazione dei genitori degli altri e delle altre studenti) la reazione del resto della classe (che chiede sempre perché hai due mamme?) e degli altri genitori, con gli annessi problemi burocratico amministrativi che investono i co-genitori (cioè le madri e i padri non biologici, o quelli che non hanno adottato il figlio o la figlia in questione) che non hanno alcun diritto legale sulla loro prole e devono ogni volta ricorrere a complicati riconoscimenti amministrativi, anche tramite il tribunale dei minori non sempre di immediato accesso.
Ancora si è parlato della produzione di libri (come Qual è il segreto di Papà di Francesca Pardi, Desideria Guicciardini) e annesse case editrici (Lo stampatello) perché quei libri non li voleva pubblicare nessuno, che raccontano, riconoscendole invece di nasconderle, storie di papà che hanno fidanzati e mamme che hanno fidanzate.

Lisa_01Cecilia D’Avos di  Rete Genitori Rainbow ha ricordato che ci sono famiglie omogenitoriali composte anche da madri e padri ttrans, cioè uomini e donne con prole che hanno intrapreso la riattribuzione del sesso.
D’avos ha ricordato anche come le legittime richieste del matrimonio egualitario rischiano di essere appiattite sulla coppia monogamica di stampo eterosessista suggerendo un percorso altro che porti alla poliamorosità.

Il convegno si è andato caratterizzando con una ambiguità semantica che ne ha costituito il portato implicito.

La parola omosessuale è stata usata indifferentemente con due valenze e significati molto diversi tra loro.

Come aggettivo “omosessuale” significa dello stesso sesso, e con questo significato viene usato in espressioni quali coppie o famiglie omosessuali.

Love-Makes-a-Family1Come sostantivo però, e di conseguenza anche come aggettivo, “omosessuale” significa di orientamento sessuale gay o lesbico.

Se una coppia di donne o di uomini è sicuramente omosessuale nel senso che è formata da due persone dello stesso sesso, ciò non implica necessariamente che le persone che compongono la coppia omosessuale, solo per il fatto di stare insieme siano entrambi gay o entrambe lesbiche: possono anche essere bisessuali.

Anche l’espressione famiglie omogenitoriali non indica che la famiglia è composta da due lesbiche o da due gay ma, più semplicemente, che è composta da due persone dello stesso sesso.

Eppure il sottotitolo del convegno era Crescere in famiglie con genitori gay e lesbiche.

Ci si produce così in un sovradeterminismo di orientamento sessuale che è doppiamente ambiguo.

Ambiguo prima di tutto perché tradisce un punto di vista omofobo che vede le omosessualità come una forma ontologicamente diversa e opposta alla normalità maggioritaria eterosessuale che la discrimina, piuttosto che vederle come normali e diffuse variabili di default dell’affettività e sessualità umane (come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità), inquadrando le omosessualità nella retorica della minoranza da difendere invece di annoverarla come uno dei due poli della bisessualità che ci caratterizza tutti e tutte.

Ambiguo, in seconda analisi, perché per sostenere la legittimità del matrimonio egualitario e della omogenitorialità si critica il binarismo di genere, senza rendersi conto che si continua ad applicare un binarismo di orientamento sessuale.

Questo binarismo di orientamento sessuale ha delle conseguenze molto importanti nel modo in cui una persona si auto percepisce e viene percepita dalla società.

La bisessualità lega e collega i due orientamenti eterosessuale  e omosessuale che altrimenti descritti vengono e vissuti in maniera antagonista (soprattutto quando, per esprimere una critica alla  famiglia patriarcale e maschilista, la si indica come famiglia eterosessista), in maniera analoga al modo oppositorio in cui vengono percepiti e descritti i generi maschile e femminile (ci riferiamo infatti ai sessi opposti e non in maniera meno giudicante, ai due sessi).

Nemmeno il sottotitolo del convegno è immune da questo pregiudizio: Crescere in famiglie con genitori gay e lesbiche. Come se una coppia dello stesso sesso con prole, sia necessariamente composta da omosessuali o lesbiche.

Purtroppo il pregiudizio nei confronti della bisessualità è diffusissimo anche in ambito omosessuale.

La bisessualità viene percepita come una forma di ambiguità, o, peggio, di menzogna di chi, non avendo il coraggio di fare un coming out completo, si attesta a metà del guado.
Non solo non le viene riconosciuta pari dignità ma le è negata anche un suo vero e proprio stato ontologico.
La bisessualità per il binarismo di orientamento sessuale è un non orientamento sessuale che appena può collassa nell’eterosessualità o nell’omosessualità pure.

Nell’ottica del binarismo di orientamento sessuale un uomo con prole, avuta da una relazione con una donna, una volta che intesse una relazione con un altro uomo, si percepisce e  viene percepito sempre e comunque come omosessuale.

Si compie così un salto ontologico del quale non ci si rende davvero conto, che implica specifiche strategie narrative che inquadrano questa nuova relazione nel segno di un profondo cambiamento che sancisce la scoperta di un nuovo e più vero orientamento sessuale, che mette in discussione la sincerità o la verità della relazione precedente solo per il fatto di essere eterosessuale.
Nel binarismo di orientamento sessuale infatti, omosessualità ed eterosessualità si escludono reciprocamente: o si è etero o si è omo tertium non datur.

Al di fuori del binarismo invece, etero e omosessualità coesistono in una bisessualità, spesso sbilanciata a favore di uno dei due altri orientamenti sessuali, quello dal quale ci sentiamo meglio definiti e definite, ma che, nascendo dallo stesso substrato bisessuale (del quale parlano, anche se in contesti e con conclusioni diverse, Freud e Kinsey) permettono una coesistenza non antagonista nella bisessualità che li include entrambi.
Questo diverso modo di vedere gli orientamenti sessuali ha delle conseguenze molto importanti nel modo in cui una persona si auto percepisce e viene percepita dalla società.

Nello specifico dell’omogenitorialità contrappone i figli di etero ai figli di gay e lesbiche in un distinguo assurdo  e privo di fondamento che anche Lingiardi, a conclusione del convegno, ha ammesso essere sostenuto da un punto di vista omofobo.

Se le parole che usiamo sono strumenti con le quali indicare e operare nella realtà la nostra cassetta degli attrezzi necessita di una urgente revisione e messa in discussione critica.

Alessandro Paesano

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