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Arte e Spettacolo Cultura e Media

Intervista a Jodi Savitz, la regista lesbica di “Girl-on-girl: an original documentary”

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Jodi Savitz è una giovane regista statunitense che col suo film Girl on girl, an original documentary, intende sfatare gli stereotipi sulle lesbiche femminili. Al grido Visibility is my priority, questo lungometraggio a scopo educativo dovrebbe sensibilizzare l’opinione contro l’immagine spesso degradante della quale sono vittime molte donne omosessuali. Se è vero che si cominciano a sentire voci isolate su questo argomento – provenienti sopratutto dall’estero, come la cabarettista francese Océane Rosemarie – esso rimane spesso sminuito e di secondo piano. Jodi Savitz ha cortesemente accettato di rispondere ad alcune domande.

Savitz è cresciuta in Florida. Ha fatto coming out a 14 anni e non ha mai guardato al suo aspetto tradizionalmente femminile come ad un ostacolo. Dopo essersi trasferita a Evanston per l’università, sono iniziati i problemi. Le critiche e l’incomprensione affluivano sia da parte dei ragazzi eterosessuali che da parte di quelli LGBT. Bollata come privilegiata perché bianca e femminile, Jodi ha sgomitato per quattro anni nel dipartimento di Studi di genere e ha sperimentato per la prima volta l’isolamento e l’ostracismo. Una presa di coscienza che la porterà – ad anni di distanza – a dirigere Girl on girl: an original documentary. Il documentario non è ancora uscito ma è già seguitissimo sui social network e chiaramente raccoglie speranze e consensi da numerose donne omosessuali stigmatizzate dal pregiudizio.

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Ecco come Jodi Savitz narra le difficoltà comuni a molte lesbiche sul Huffington post: La settimana scorsa, per esempio: esco con una ragazza in un bar. Ordiniamo da bere e ci sediamo in una zona relativamente isolata. Come la maggior parte delle coppie, ci baciamo, non prestando attenzione a nessun altro attorno. È questione di un paio di minuti prima che un ragazzo si faccia avanti. “Posso raggiungervi?” ci chiede uno. Rispondiamo all’unisono di no e un altro arriva per scusarsi della maleducazione del suo amico. Ma invece di richiamare a sé il suo compare ed andarsene, continua: “Siete incredibilmente bone… posso dirlo “lesbiche”? Siete lesbiche bone.” L’ultimo ragazzo arriva con un altro falso complimento “Si, siete troppo carine per essere lesbiche.” Uno era americano, l’altro britannico e il terzo australiano. Fantastico. La stessa mentalità sparpagliata su tre continenti.Quando siamo riuscite a sbarazzarcene, la mia compagna mi ha chiesto “è così? Non erano così terribili, ma capisco che ti possa infastidire.” Lei è uscita allo scoperto da poco, era la prima volta che sperimentava il tipo di attenzione che mi tocca sopportare quotidianamente. 

Confesso che, si, sarebbe potuta andare peggio. Non ci hanno aggredite fisicamente o verbalmente, o assunto comportamenti apertamente omofobici. Invece ci hanno trattate come oggetti da non prendere sul serio e non si sono vergognati a farlo. […] La mia frustrazione è la seguente: anche dopo essere uscite allo scoperto, c’incamminiamo nella vita sentendoci non riconosciute e delegittimate, in più veniamo criticate quando ci lamentiamo della nostra invisibilità; ci dicono “Voi non avete il diritto di lamentarvi delle vostre difficoltà perché passare per eterosessuale è un privilegio.” Il risultato è che anche entrando in ambienti queer, la nostra autenticità è rimessa in discussione e la nostra identità è sminuita.

Ho sviluppato l’idea di Girl on Girl: An Original Documentary per portare alla luce non solo il fatto che le lesbiche femminili non siano legittimate, ma anche che esse costituiscano una cospicua fetta della comunità LGBTQ. Con i giusti mezzi finanziari, il marketing e la distribuzione, Girl on girl ha la possibilità di cambiare le mentalità di masse di persone e di aiutare la comunità LGBTQ a guadagnare in visibilità nel suo insieme.”

La lesbofobia è anche quello. Le vessazioni possono anche essere più dirette e si arriva facilmente alle aggressioni fisiche, sessuali e verbali. Basti pensare agli stupri correttivi che ogni giorno avvengono in Sud Africa. Le dimostrazioni di affetto fra donne sono paradossalmente interpretate come inviti – da un certo tipo d’uomo – e di conseguenza sono spesso costrette ad essere più nascoste.

Quando uscirà il suo documentario “Girl on girl” e dove lo potrà vedere il pubblico europeo?

Stiamo provando a farlo uscire per l’autunno 2015. Si spera che il film possa uscire nel resto del mondo all’inizio del 2016. So che sembra lontano, ma c’è effettivamente ancora lavoro da fare.

Marlène Coulomb-Gully, una ricercatrice universitaria francese, ha recentemente fatto notare l’asimmetria nei movimenti di liberazione. Quest’ultima dichiara: “Nei movimenti di liberazione, le donne hanno sempre adottato codici maschili per evolvere. Ma l’opposto non è mai successo, poiché tutto ciò che è marchiato dal sigillo del “femminile” è svalutato.” Certo, è un affermazione discutibile e sta cambiando, ma per esempio, oggigiorno una donna può indossare i pantaloni senza venir considerata ridicola o sovversiva, un uomo che indossa una gonna invece pone sempre un problema. Potrebbe essere una delle cause delle difficoltà ad imporsi delle lesbiche meno visibili?

Domanda interessante e complessa. Me la sono posta più volte. In qual misura l’essere femminile, di per sé, sia la ragione di fondo dello stupore della gente, più ancora della loro identificazione con una minoranza sessuale – il lesbismo in questo caso – con un genere o/e con un sesso? Quando consideriamo le differenze di connotazioni fra femminilità e femminile – all’opposto di mascolinità e maschile – è innegabile che vi siano poche associazioni d’idee fra la femminilità e concetti come la forza, l’indipendenza, il potere e/o la volontà. Tutto l’opposto dei concetti di “maschile”. Io credo che tutto si risolverebbe con un po’ d’immaginazione ed una rinnovamento semantico. Si potrebbe re-immaginare i singoli termini per indicare derivazioni positive e potenti del femminile e del maschile. Per esempio, ci potrebbe essere una parola per riassumere “forte, dolce, dall’aspetto tradizionalmente femminile” (immaginatevi la potentissima donna d’affari in tailleur, ma che è anche madre, ma anche forte…). Per adesso, almeno nella lingua Inglese, la “forte, potente donna d’affari in tailleur, che è mamma e che è forte” la denigrano chiamandola “stronza”. Non la lodano per la sua leadership. E questo è simile al trattamento riservato alle lesbiche cosiddette femminili; una volta che la gente potrà verbalizzare/descrivere l’incarnazione della femminilità senza istintivamente relegarlo ad uno statuto inferiore, allora la femminilità verrà riconosciuta come una forza ed una sfumatura della personalità dell’individuo da prendere sul serio.

 

Il titolo del film, “Girl-on-girl”, è un richiamo ironico-amaro a tutta la pornografia che rappresenta la sessualità tra donne come è immaginata nella fantasia erotica dell’uomo medio. Quanto è da biasimare la pornografia per l’incomprensione riguardo alla sessualità lesbica? Dobbiamo prevenire la gente contro la pornografia in tutto e per tutto, oppure educare a capire la differenza fra fantasia e realtà?

Storicamente, il cinema, la televisione e i media hanno rappresentato la sessualità lesbica come un insieme di preliminari ad un rapporto erotico eterosessuale, quello che chiamano girl-on-girl action. Le ragazze impiegate in quelle rappresentazioni della sessualità lesbica, si atteggiano spesso come se lo facessero per il solo piacere del voyeur, piuttosto che per il proprio piacere. È’ molto raro che la sessualità lesbica sia mostrata esplicitamente in televisione e quando accade nel contesto di una narrazione, ha minor valore delle altre scene esplicite. Generalmente, i media prediligono lo sguardo fallocentrico e a tratti voyeuristico, meno associato al lesbismo in quanto identità e più legato alla pornografia o allo sfruttamento dell’immagine. Tali immagini rafforzano le rispettive associazioni di idee fra femminile e frivolo, e fra maschile e legittimo. Quindi, è in tale contesto di fantasia che la stigmatizzazione della sessualità lesbica trova origine.

Secondo lei, le coppie di donne nelle quali entrambe hanno un aspetto tradizionalmente femminile sono prese meno seriamente di quelle nelle quali vi è – almeno da un occhio esterno – una donna più “mascolina” e una più “femminile”? Cosa pensa del neologismo “lipstick”?

Si, le coppie femme/femme sono prese MOLTO meno sul serio per le ragioni che ho precedentemente elencato. Può trovarne conferma sul mio sito ove ho raccolto tutte le storie di uscite con ragazze disturbate dall’intromissione di uomini. Il termine lipstick va bene se è usato da una donna per descriversi e se l’intenzione è positiva. È una parola come un altra, può essere utile, divertente, ironica oppure degradante/insultante secondo il contesto nel quale è usata e le persone che la usano.

Sessismo e omofobia a parte, quali sono le difficoltà specifiche delle lesbiche giudicate “troppo femminili” all’interno della comunità LGBTQI, in termini di accettazione, relazioni, credibilità, presupposto che celino il loro orientamento sessuale?

I problemi sono tanti. Un problema comune è che le lesbiche dall’aspetto tradizionalmente femminile sentano molta frustrazione e stress emotivo perché devono continuamente fare coming out o difendere il loro orientamento sessuale, piuttosto che verbalizzarlo con le altre. Per colpa dell’idea che “passare per eterosessuale” sia un privilegio, dentro e fuori dalla comunità queer, quelle donne non cercano conforto nelle altre quando sono delegittimate o stigmatizzate, proprio per paura di farsi dare delle privilegiate. L’idea che le lesbiche femminili siano privilegiate o prive del “diritto” di sentirsi ferite dalla loro invisibilità ed emarginazione le lascia senza parole. Molte hanno problemi a confidarsi con le altre riguardo alla pressione dell’invisibilità per timore di ferire chi si presenta in maniera più gender subversive nella loro lotta per la visibilità. La sovversione di genere è spesso più difesa dati i tanti soprusi apertamente esercitati su coloro che sono più visibili, per esempio il bullismo, i crimini omofobici, ecc… Di conseguenza, potrebbe sembrare che coloro che sono meno visibili subiscano meno ingiustizie sociali, ma in realtà gli abusi sono costanti seppur in maniera più velata.

Lasciando da parte il punto di vista religioso, il lesbismo è considerato sovversivo socialmente non tanto perché è un comportamento omoerotico fra due donne, ma perché ne esclude l’uomo. In un mondo fallocentrico ove l’uomo è considerata la migliore opzione, una donna che è desiderabile da un ottica maschile – ma che ama le donne invece degli uomini – è più propensa ad ispirare sia desiderio che odio da parte di chi viene rifiutato, ovvero l’uomo. A questo punto, non rappresentano forse, le lesbiche invisibili entrambi gli archetipi della « stronza » e della « puttana » – Le donne che ispirano desiderio ma che lo rifiutano? Da questo punto di vista, non sono le lesbiche tradizionalmente femminili più esposte alla violenza ?

Ci sarebbe da scrivere una tesi di dottorato sopra! In poche parole, si. Penso che l’identità femme sia interpretata e processata da un certo tipo di persona come l’archetipo sia della “stronza” e che della “puttana”. Il terreno fertile di quell’idea è il bisogno d’un certo tipo d’uomo di giudicare come sia possibile e motivato un rapporto sessuale senza pene. Riguardo all’esposizione delle femmes alla violenza, occorre considerare il concetto di visibilità e di passing priviledge*. Seppur penso che il passing priviledge sia generalmente un falso privilegio, nel caso di aggressione omofobica come i crimini che includono la violenza fisica o lo “stupro correttivo”, una femme avrebbe dovuto volontariamente dichiararsi a parole o gesti con una partner. Che questo ponga le femmes in una posizione di pericolo o meno è da dibattere. Alcuni diranno che la sovversione di genere e le persone transessuali che visibilmente trasgrediscono il paradigma di sesso e di genere sono i più a rischio di violenza e che il passing priviledge rende le femmes immuni, al contrario di coloro che vengono bollati come genderqueer. Alla fine, il problema principale non sta tanto nell’individuare chi nella comunità LGBTQ è più esposto alla violenza, ma nel capire come noi attivisti dobbiamo educare le persone riguardo alle identità LGBTQ ed aiutare a prevenire i crimini combattendo l’ignoranza.

* passing priviledge: “privilegio” dell’invisibilità

Ringraziamenti a Jodi Savitz.

Elisabeth A. Beretta

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