Terzo genere in India: intervista all’associazione per i diritti trans Libellulla

resizeSta suscitando un grande dibattito la decisione della Corte Suprema indiana di riconoscere il “terzo genere”. Abbiamo intervistato a questo proposto Erika Froger, dell’associazione per i diritti trans Libellula. che a partire dal territorio romano.

Come associazione Libellula, in che modo avete accolto la notizia ? vi ricorda situazioni simili in altri Paesi ?

 La notizia è stata accolta bene, con entusiasmo e anche stupore, visti alcuni precedenti decisamente in controtendenza della politica e della magistratura indiane. Un dato interessante ci sembra quello del riconoscimento di una tutela maggiore per le persone trans, in termini di welfare e di accesso alla scuola ed al lavoro. Guardando agli altri Paesi, possiamo ricordare le norme recentemente introdotte in Germania, che però sembrano riferirsi più ai bambini intersessuali; il caso di Norrie in Australia, le legislazioni del Nepal, della Nuova Zelanda.

Effettivamente, pare sussistere una nuova sensibilità sul tema dell’identità di genere, a livello internazionale. Speriamo che conduca a soluzioni che migliorino la qualità della vita delle persone.

La soluzione di “attribuirsi” al terzo genere, secondo voi, da quante persone transgender in Italia sarebbe effettivamente considerata?

È una domanda complessa. È molto vivo in questi ultimi tempi il dibattito sulla questione “no gender”. Immaginiamo che, per molte persone trans, l’attribuzione di un terzo genere sarebbe vissuta come un ripiego, rispetto al pieno riconoscimento del genere a cui sentono di appartenere. In altri casi, forse, l’istituzione di un terzo sesso potrebbe essere una valida alternativa alla rigida dicotomia maschio-femmina. Ma questo potrebbe portare vari problemi sul piano della discriminazione e anche della disciplina del matrimonio o dell’esercizio di altri diritti. Un aspetto interessante della sentenza indiana è che non è richiesta alcuna forma di intervento chirurgico per richiedere l’attribuzione del terzo sesso: in questo senso, ci pare positivo il riconoscimento istituzionale di un modo di sentire della persona, a prescindere dall’anatomia. Un diritto all’identità sessuale, come diritto umano.

Secondo voi, quanto pesa il background culturale indiano su questa decisione della corte? 

A quanto pare, a giudicare anche dalle posizioni espresse dagli attivisti indiani, questa sentenza è una sorta di contropartita rispetto al grande passo indietro compiuto di recente dalla Corte Suprema a dicembre 2013, sulla norma penale che vieta rapporti “contro natura”. D’altronde, la storia dell’India ha sempre mostrato un atteggiamento ambiguo nei confronti delle persone trans, ora ammirate per certe qualità, ora, purtroppo, discriminate, escluse, maltrattate. 

Come si spiega un provvedimento che appare tanto avanzato con la decisione della stessa corte di reintrodurre pene contro l’omosessualità lo scorso dicembre 2013?

Verosimilmente, siamo sempre nel campo di quell’ambiguità di cui parlavamo prima. Peraltro, la decisione del dicembre 2013, in qualche modo, rinviava la problematica dell’abrogazione della norma penale al Parlamento, senza esprimere un giudizio positivo sulla norma stessa. Ci pare di capire che la decisione del 2013 dipenda in sostanza da questioni formali, più che da una precisa volontà della Magistratura di ripristinare sanzioni per l’orientamento sessuale delle persone. Anche se le conseguenze pratiche sono aberranti.

Secondo voi si rischia una sorta di ghettizzazione di questo “terzo genere”?

La ghettizzazione alla fine, purtroppo, ci riguarda tutti e tutte: è il rischio che corrono tutte le minoranze.

L’idea che l’identità di genere possa essere una percezione di sé come appartenente ad un genere indefinito esiste anche nella definizione che ne da’ l’UNAR. Da qui a categorizzare un terzo genere, tuttavia, ne passa. C’è da pensare che la strada dei diritti possa assumere forme diverse a seconda delle culture di riferimento? In questo senso, quali sono secondo voi le priorità per garantire tutte le sfumature dell’identità di genere?

Sicuramente i diritti assumono forme diverse a seconda dei contesti in cui si applicano, senza dubbio c’è sempre un legame con la società in cui tali esigenze coesistono. Da questo punto di vista, probabilmente, è prioritario intervenire nella società per diffondere sempre più questa nuova sensibilità, di cui si avvertono segnali qua e là: promuovere la cultura della tolleranza e del rispetto, proteggere persone che sono discriminate e socialmente svantaggiate, favorire l’accesso ai servizi, al lavoro; formare adeguatamente gli operatori scolastici, sanitari, istituzionali. Un ruolo decisivo in questi cambiamenti è certamente quello dei mezzi di comunicazione, da cui vorremmo un’informazione positiva, che affronti le tematiche sull’identità di genere in maniera giusta, trasparente, costruttiva e non morbosa.

 Rosario Coco

Presidente Gaynet Roma

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